A casa ho due gioielli

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A casa ho due gioielli. Non li tengo nascosti, ma ben visibili. Sono ancora grezzi, ma con il tempo matureranno. Sono liberi, selvaggi, sprizzanti colori ed energia. Ogni volta che mi ci imbatto, non posso fare a meno che pensare alla vita, alle sue sfumature, ai suoi tesori nascosti.

Non so come potrei fare, senza averli con me. Eppure li lascio a casa e so che devo conservarli dove sono, che col tempo passeranno in altre mani, per altri occhi, in altre vite.

Non sono fatti per essere indossati, con l’orgoglio nello sguardo, né per vanti temporanei. Sono scintillanti da sé, nella loro semplice esistenza.

In ogni contatto è come se li scoprissi per la prima volta. Finché possibile, accarezzarli mi è dolce, scegliere per loro le giuste collane, trovare le maglie adatte a farli risplendere. Ma alla fine sono loro a decidere quale indossare.

A casa ho due gioielli che mi aspettano e si dimostrano impazienti di avermi. Reclamano le mie attenzioni, la mia parte di vita e la loro. Come ho fatto fino ad ora? Com’era prima? Come farò, il giorno che dovremo consegnarli in altre mani?

Ci penseremo.

Ed oltre ai miei due gioielli, a casa ora me ne aspetta un terzo. Benvenuta Gemma.

 

Dedicato alle mie due nipotine, che ormai -ine non lo sono più, Caterina e Giorgia.

Di voli liberi. Nel vostro futuro.

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Restiamo umani

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“Continueremo a fare delle nostre vite poesie, fino a quando libertà non verrà declamata sopra le catene spezzate di tutti i popoli oppressi”.

V. Arrigoni

In questi giorni sto sistemando la nostra piccola biblioteca. E fra le mani si è materializzato “Il viaggio di Vittorio”, scritto dalla mamma di Vittorio Arrigoni, dopo la sua morte. Non ricordavo quasi di averlo, acquistato qualche anno fa dopo uno spettacolo teatrale su di lui. Non lo conoscevo da vivo. L’ho “conosciuto” dopo la morte.

Ma questo libro si è attaccato alle mie mani e da ieri sera lo sto leggendo avidamente. Sarà perché a parlare è una mamma che ha perso il suo bambino, sarà che è pieno di orgoglio, ma anche di realismo per quel figlio così anelante di uguaglianza e di giustizia, che ho pensato che mi sarebbe piaciuto riportarne qualche riga sul blog.

Non capivo perché sentissi quella spinta così forte di scrivere qualcosa di lui, ma è da stamattina che penso a cosa potrei comunicare, a quali frasi potrei condividere di un libro così intimo, così didascalico, ma allo stesso tempo denso di emozioni e riflessioni. Sentivo che c’era qualcosa che risuonava dentro. Sì, ma cosa?

Non mi interessano il favore o la critica verso le idee di un uomo che ha seguito i suoi ideali, non sono qui per celebrare solo l’impegno attivo, che tanto mi affascina, ma l’amore per la vita umana, sempre e comunque, qui come altrove.

A pagina 72 trovo la chiave della spinta che sento. E la scovo per caso, leggendo un modulo compilato a mano nel giugno 2000. Scorrendo tutte le informazioni, cercando di decifrare la grafia, mi imbatto in una data…04/02/1975… la data di nascita di Vittorio Arrigoni.

Oggi sarebbe stato il suo compleanno… Avrebbe compiuto 42 anni ed invece si è – e lo hanno –  fermato a 36. Ma la sua voce continua a parlarci sino ad oggi, camminando sulle gambe di sua madre, in una situazione in cui di umanità e, della sua tanto agognata Utopia, ci sarebbe così tanto bisogno.

Mi lascio cullare dalle parole della mamma, che nelle prime pagine si presenta così, genitrice, eppure figlia di suo figlio:

“Dicono che io sia forte, composta coraggiosa a parlare di mio figlio con serenità, a raccontarlo come se parlassi di una persona viva e presente.

Chi mi ascolta vede l’emozione trattenuta, le lacrime ricacciate, i sorrisi che m’illuminano gli occhi, ma non sa i momenti di meditazione nel cercare le parole e pronunciarle, come Vittorio mi ha insegnato.

Qunado torno dagli incontri o dopo le interviste, sono svuotata, lascio ovunque pezzettini di cuore. Eppure il dovere della testimonianza è più forte del riparo del silenzio. Parlare della sua vita e della sua Utopia è il mio modo di rendergli onore. Se, come ha scritto don Ciotti, la sua vità è travasata in tante vite, io sarò il portatore d’acqua che alimenta la sorgente.

Ma dentro sono lacerata. (…). Certi giorni, quando sono sola, mi rifugio nella stanza segreta del mio cuore e lascio che il dolore mi strazi, e piango e lo chiamo, chiamo forte il mio bambino che non c’è più.

Lo incontro qualche volta in sogno; una notte l’ho abbracciato. Era piccolo, col grembiulino dell’asilo, un po’ corrucciato perché non mi trovava. “Dov’eri mamma?”, “Sono qui figlio mio, sono sempre stata vicino a te”. L’ho stretto e ho sentito la sua carne calda, viva sotto le mie mani. Ero felice.

(…). Ci rincontreremo e anelo quel momento, ma è adesso che lo vorrei qui a continuare i nostri lunghi discorsi, a darci l’un l’altro lezioni di vita, a confrontare vivacemente le opinioni, a vegliare sul suo sonno interrotto da incubi e grida. Qui a ridere ancora con i vecchi film di Totò e Fantozzi, a tentare di imparare a fumare il narghilé, ad annusare gli aromi delle spezie della sua cucina. A farmi sollevare come una bambina e stare al gioco…” (Da “Il viaggio di Vittorio”, di E. Beretta Arrigoni, Milano, B&C, 2012, pagg. 11-12).

Parole di una madre.

Restiamo umani.

Elogio dei padri (e delle madri)

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Mi è capitato, ultimamente, di essermi sentita dire: “Non scrivi più nulla?”. Da un lato mi viene di rispondere che mi piacerebbe tanto sapere da qualcuno se quello che ho pensato e messo in parole, possa essergli stato in qualche modo utile. Altrimenti mi viene in mente il detto “parla poco, pensa molto, leggi sempre”, vedendovi un invito a pensare prima di scrivere, ma prima ancora a leggere chi ha qualcosa di più significativo di quanto scriva io.

Perché qui sta il nocciolo: talvolta mi chiedo se il riempire pagine di parole non sia solo autocelebrazione, ripiegamento su se stessi, desiderio di esserci ed esistere per chi legge. Una sorta di narcisismo, funzionale se ha valore ciò che si dice, ma poco utile quando l’argomento riguarda solo se stessi.

Ho pensato di raccontare degli incontri meravigliosi che faccio a scuola, quando vedo aprirsi un orizzonte di riflessione, quando incontro i genitori, che camminano con le mie colleghe e con me, quando sento di aver sperimentato emozioni forti, anche al cinema. Ma poi lascio perdere, perché lascio sbollire l’entusiasmo del momento, pensando che se resterà anche nei giorni successivi, allora sia davvero interessante e condivisibile.

Ma stasera scrivo di getto, rischiando di scrivere in maniera forse poco corretta e curata, ma lasciando scorrere le parole.

Vengo dall’incontro con chi ha perso qualcuno di caro e quest’anno non è la prima volta che accade. Come è accaduto purtroppo, negli ultimi anni, a diversi amici e conoscenti. E allora, forse in maniera sentimentalistica, ho subito pensato che per questi amici e per i miei genitori, mi sarebbe piaciuto scrivere qualche riga, per pensarli e pensarmi (che poi mia madre mi legge e talvolta fa leggere quello che scrivo anche al mio babbo).

Perché è vero che spesso si siede alla stessa tavola, ma non ci si dice quello che si vorrebbe davvero. Perché talvolta si va via scontenti e, lasciatemelo dire, stizziti. Perché il tempo è sempre poco e poi si pensa… ci sarà domani. E allora ho voluto fare che fosse oggi questo domani.

Perché a nome di tutti quegli amici che si sono visti portare via un genitore senza averlo neanche potuto salutare, o di chi lo ha lasciato tornare a casa un po’ dolorante, ma non lo ha più potuto riabbracciare (e di questo si sente colpevole), vorrei fare un elogio del mio papà e della mia mamma.

Con i quali non sempre si va d’accordo, ma non posso che ringraziarli per avermi dato tanto: soprattutto la voglia di andare avanti nella vita, di non fermarmi, vedendo la loro operosità silenziosa (e, diciamolo, pure un po’ iperattiva).

Perché mi hanno spinto a studiare, a migliorarmi e, anche se non lo ammetteranno mai, non vedono l’ora che mi iscriva a qualche altro corso, per assistere alla discussione finale e poi festeggiarmi.

Perché non potrei immaginare uno di questi momenti senza il loro viso incoraggiante e inorgoglito, che mi aspetta per dirmi, proprio come una bambina: “Sei stata brava!” (che forse sarebbe anche meglio superarla questa fase, ma tant’è).

Perché da loro, anche se non dico di esserne capace, ho appreso l’umiltà e il non vantarsi di quanto si ottiene, continuando sempre a spingere più avanti il proprio percorso (anche se non so se sia solo una caratteristica dei miei o dei marchigiani, testoni e silenziosi).

Perché ultimamente parliamo pure di politica (e mi stanno pure a sentire).

Perché mi hanno trasmesso l’amore per la lettura, la cosa che più mi rende sazia al mondo.

Perché la curiosità è una loro prerogativa ed il desiderio di conoscere altri e di viaggiare l’ho appreso da loro, che lo hanno solo sentito visceralmente, senza poterlo mettere in pratica più di tanto.

Perché sono gli unici che ho avuto e se sono così è anche grazie (o per colpa, dipende dai punti di vista) loro.

E allora solo una parola, per concludere, a nome mio e di tutti quegli amici che oggi non lo possono fare, se non con il pensiero: GRAZIE!

Ma non vi montate la testa e soprattutto… Babbo domani ricordati di svegliarmi alle 7!

Io non ho bisogno di denaro

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Mi affido alle parole di una sapiente poetessa, che ha saputo raccontare il baratro con estrema dolcezza, sempre con un tono ironico e scanzonato, nonostante le difficoltà.

Io non ho bisogno di denaro.

Ho bisogno di sentimenti,

di parole, di parole scelte sapientemente,

di fiori detti pensieri,

di rose dette presenze,

di sogni che abitino gli alberi,

di canzoni che facciano danzare le statue,

di stelle che mormorino all’orecchio degli amanti.

Ho bisogno di poesia,

questa magia che brucia la pesantezza delle parole,

che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.

Alda Merini

Far fiorire il mio giardino

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“Far fiorire il mio giardinooo!!!”. E’ questo quello che avrei voluto dire, col fiato corto e l’emozione che strozza la voce, all’incontro con Giovanni Marrozzini, lo scorso 20 maggio, alla Casa Della Grancetta.

Mentre un povero Matteo Taldeitali era al centro dell’attenzione e doveva pensare al suo sogno nel cassetto, io ringraziavo il cielo per non essere al suo posto, ma intanto riflettevo con la preoccupazione – come a scuola – che il Prof. di turno si girasse proprio verso di me.

Lì per lì, l’ho scampata. Ma il pensiero non mi ha dato tregua. Neanche mentre ammorbavo, alla fine di un incontro meraviglioso, l’amico Michele, che mi ascoltava sperando la finissi.

Neanche la mattina dopo. Mentre andavo a scuola a fare quello che è uno dei miei sogni: insegnare musica. Far amare l’arte, perché la si è conosciuta.

Devo dire che Giovanni è riuscito a smuovermi dentro. Le sue foto lo fanno. La carica con cui parla delle persone incontrate – perché, per me, ogni scatto non è altro che un frammento di un incontro – dei suoi viaggi, della magia delle esperienze vissute…

Nella mia testa, piena, si sono fatte strada con prepotenza queste parole: “coltivare il mio giardino, farlo fiorire”. Questo è quindi quello che avrei voluto urlare, arrivata ad un certo punto. Come chi sa la risposta ad un quiz a premi e non vede l’ora di vincere.

Mi sento di aver vinto tanto, tutto. Soprattutto quando, ripensandoci, ho pensato a cosa volesse dire questa frase spuntata per caso. Sì, una parte è molto pratica, realistica. Realmente e magicamente mi piacerebbe che tutti i semi che ho piantato, che tutte le piante amorevolmente messe a dimora dagli amici e dai loro bambini (e che sogno sia il loro rifugio, fra qualche anno, oltre ad uccelli e animaletti d’ogni sorta) superassero inverni gelidi ed estati secche e rimanessero in eredità alla Terra.

Poi ho spinto la riflessione ai simboli ed ho pensato che il sogno è che tante persone e iniziative possano fiorire: che lo possano fare i ragazzi che seguo con la musica ed in altre attività, che gli amici venuti da lontano possano trovare un loro equilibrio, che la bellezza possa trovare dimora. Che momenti belli come quello di ieri sera possano essere all’ordine del giorno. Che i bambini della scuola possano crescere con questo sapore di meraviglia. Che le brutture del mondo cessino di colpo e che si faccia strada un senso di gratitudine e di accoglienza. Che i sogni coltivati diventino realtà o prendano altre pieghe.

Che si possa continuare a sognare, con lo scopo di proseguire nel personale cammino. Ogni giorno.

“Ho risposto bene, prof.?”

 

Per informazioni su Giovanni Marrozzini, fotografo e inventore di idee (vedi Parolamia): http://www.marrozzini.com/

 

 

La festa che non ti aspetti

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Tornare a scrivere e raccontare di una festa, mi pare il modo migliore per riaffacciarmi al blog Pensieri in Parole. Perché di pensieri, in questi mesi, ne sono spuntati molti nella mente. Qualcuno, forse, anche meritevole di essere raccontato. Ma questo credo li batta tutti.

Mi sono accorta, ripensandoci, di come il filo conduttore delle riflessioni fatte fosse sempre lo stesso: le esperienze vissute con amici di ogni dove. I racconti di chi l’altrove lo ha vissuto e lo vive nella sua tragicità (non smetterò mai di pubblicizzare la giornalista Asmae Dachan, ascoltata ad un incontro sulla Siria e seguita sul suo blog Diario di Siria e il video maker Ruben Lagattolla, con il suo Young Syrian Lenses), di chi da quell’altrove è scappato e si è trovato in questo luogo per caso, di chi ha scelto semplicemente l’Italia per fare le proprie esperienze di volontariato, di chi dall’Italia se n’è andato e di chi ha deciso di restare.

Ma quello che vorrei narrare, oggi, è di una festa di compleanno, che mi ha scaldato il cuore. So che potrà apparire retorico, o forse l’espressione di una persona facilmente suggestionabile. Non importa. Ciò che importa è il calore che ho sentito e che posso rivivere anche a distanza di qualche giorno.

N. e H. sono due ragazzini del Sudan, scappati con la loro famiglia. Si sono trovati qui, due anni fa, senza averlo voluto. Qualche giorno fa hanno festeggiato il loro compleanno, come tutti i ragazzini. Ma la loro festa è stata speciale. Per loro e per me.

Erano presenti gli amici di famiglia, quella comunità spontanea che si crea fra chi si incontra nelle difficoltà, i loro compagni di scuola con i genitori. Questi ultimi venuti per accompagnare ed andarsene. E poi rimasti per scoprire. Per conoscere.

Di tutto, la cosa più bella è stata sperimentare che la nostra Italia non sempre è così chiusa come la si dipinge, che il margine per migliorare c’è, nonostante la propaganda mediatica. Che i bambini hanno sempre il merito di aggirare le nostre paure.

Inconsapevolmente, tra adulti e ragazzi, mi sono trovata ad essere la sponda divertita di un avvicinamento fra realtà diverse, che non si erano mai sfiorate, e tutto grazie alla conoscenza di una mamma che aveva accompagnato il proprio figlio. Da sempre incapace di trattenermi davanti ai cibi etnici, l’ho invitata ad assaggiare con me… lei si è avvicinata, le altre hanno un po’ tentennato, poi hanno fatto il gesto di seguirci. Tutti abbiamo assaggiato, indovinato gli ingredienti, stabilito classifiche di gusto. In tutto questo, i genitori di H. e N. sono stati presentati pubblicamente, in un tripudio di colori, imbarazzo, sapori ed ilarità.

Gioia vera, quella che ho provato. Perché, ho pensato, davvero ce la potremmo fare, partendo anche da una semplice festa di compleanno, senza pretese. Una festa aperta a tutti, come sempre lo sono i momenti di convivialità. I ragazzi, nel frattempo, erano fuori a fare i giochi dei ragazzi, mentre dentro i grandi si studiavano, si alleggerivano, si divertivano.

E’ bastato così poco. Un invito, un piatto condiviso e la voglia di scoprirsi un po’ di più, di conoscere quel ragazzino e quella bambina così popolari fra i loro compagni, da aver fatto amicizia in un attimo con tutti.

Me ne sono andata dopo la torta, quando il ghiaccio era ormai rotto e tutti conversavano con tutti, in arabo, italiano, con traduttori minorenni, o con i gesti. E lasciandomi alle spalle questa Babele, ho sorriso ai casi della vita che mi hanno fatto incontrare persone così ricche, da darmi qualcosa ogni volta che le incontro. Da insegnarmi che le piccole cose non sono altro che briciole di un piatto più grande, che sta a noi scegliere di assaggiare.

Tadoussac

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Avete mai pensato alle balene? Quegli esseri giganti, né carne né pesce, per lungo tempo, che abbiamo scoperto somigliarci più di quanto credessimo?

In un precedente post mi è uscito questo ricordo, che ogni tanto affiora (è proprio il caso di dirlo): l’estate scorsa ho avuto un incontro ravvicinato ed emozionante con le balene. Non importa di che tipo, lunghezza o colore, ma la commozione provata e scaturita da due caratteristiche che ho notato.

Le cose che più mi hanno colpito, infatti, dopo il freddo glaciale, sono state la loro placidità e grazia… per due differenti motivi. 

La placidità, perché penso alla loro tormentata storia: considerate mostri, perseguitate (oddio, non è che oggi vada loro meglio… fortuna che c’é Greenpeace), abbattute barbaramente… e nonostante questo ancora oggi nuotano serene, come se niente le dovesse sfiorare. E quando le ho viste ho proprio pensato alle stanchezze della vita, ai momenti di difficoltà e mi sono sentita così piccola e con un peso, tutto sommato, leggero. E’ stato un po’ come sentirsi rassicurare: “Noi, nonostante tutto, andiamo avanti e continuiamo a solcare i mari della vita…”. Questo mi ha trasmesso una grande forza e una grande voglia di mordere la vita.

La loro grazia perché, pur avendo un corpo pesante, sono dotate di un’agilità e della capacità di immergersi silenziosamente nell’acqua, che ti stupisce e ti fa restare a bocca aperta, quando te le trovi proprio dietro e non le avevi sentite affatto.

La lettura di Moby Dick, suggerita dalle amiche, è stata quasi il coronamento delle emozioni provate di persona, come se – in un grande mosaico – queste si andassero a collocare naturalmente. Pesante, Moby Dick, proprio come la sua protagonista, eppure dotato di una grazia e una leggerezza uniche, di descrizioni accurate ed immagini folgoranti.

E la cosa interessante è che a farcela, nonostante tutto, è sempre la balena.

Per saperne di più:

http://www.tadoussac.com/

 

Quanto tempo!

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E’ davvero molto che non mi metto qui, davanti al computer, per scrivere qualcosa…

Non perché non ne abbia avuto voglia. O perché siano venuti meno gli argomenti. Potrei parlarvi della pace che mi hanno trasmesso le balene, a Tadoussac, della gioia nel vedere con quanta fatica una delle mie bimbe musicali muove i suoi primi passi, in senso letterale. O del mio balcone fiorito, che mi piace così tanto. Ma mi piacerebbe farvi entrare nel vortice delle persone che sto conoscendo.

Le giornate sono fitte di incontri, di conoscenze, di scambio. Da quando ho iniziato ad insegnare italiano, credo di aver ampliato le mie vedute. Perché andare verso l’altro ci cambia, ci trasforma, apre la mente. Non solo perché permette di avvicinare una cultura nuova e magari molto diversa, ma perché ha il grande valore di farci vedere il nostro modo di pensare, di essere, di vivere, come in uno specchio.

E poi ho la grande fortuna di entrare nelle case. Di sentire i profumi, di vedere i colori, di sentirmi accolta e ospite privilegiata. Di viaggiare a costo zero. Quando torno a casa, la sera, mi porto dietro un grande percorso, fatto di esplorazione della lingua straniera, del suo funzionamento, delle sue strutture e dei modi di pensare che stanno alla base, nel tentativo di trovare connessioni, punti di incontro o differenze sostanziali.

Le persone che incontro non possono raccontarmi la loro storia, perché ancora non hanno le parole, perché la nostra conoscenza è ancora iniziale, o semplicemente perché il mio ruolo è un altro e la mia presenza è vista con grande rispetto, anche quando sono già le nove di sera e l’unico desiderio sarebbe quello di andare a dormire.

Che altro aggiungere? Soltanto che quando torno a casa, spesso molto tardi, non riesco a prendere sonno, come se effettivamente vi fosse un jet lag, che scombussola le mie giornate. Ma forse è proprio così: l’incontro con l’altro è capace di portarci nella loro terra, spesso molto distante. E di questo “mal di fuso” ne approfitto, per continuare a viaggiare prima del sogno.